Moda dell’antica grecia

Il concetto di bellezza per gli antichi greci

In seguito all’invasione dorica, numerosi eventi di natura economica diedero un forte contributo per lo sviluppo dell’identità  sociale. Sorsero le poleis, conosciute anche con il nome di città-stato, che divennero dei veri e propri centri politici, economici e militari. A seguito della colonizzazione, gli scambi esteri aumentarono notevolmente, tanto che non era più possibile attuarli tramite il baratto e iniziò a sentirsi il bisogno di introdurre un nuovo sistema commerciale, la moneta.

Doriforo

Doriforo di Policleto

L’espansione greca riguardava non solo l’esportazione di materie prime, ma anche quella di manufatti artistici e religiosi con conseguente aumento del benessere e delle distinzioni sociali. Il ceto sociale dominante divenne fonte di ispirazione per i concetti più comuni, quali il costume, l’ideale di bellezza fisica e l’espressione artistica. Questo profondo legame fra arte e senso comune favorì il compimento di un enorme progresso nella scultura e nella pittura, nelle quali al primo posto vi era l’esigenza di soddisfare la visione soggettiva e di rappresentare una bellezza ideale. Gli scultori greci non ricercavano la bellezza attraverso un unico corpo, bensì attraverso un’accurata selezione di parti corporee dei diversi soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera d’arte. Inoltre, al fine di esaltare la perfezione del corpo umano in ogni suo più prezioso dettaglio, era necessario possedere una meticolosa conoscenza dell’anatomia.

Anche numerosi filosofi elaborarono teorie sul tema della bellezza, delineando diverse correnti di pensiero. Socrate, ad esempio, suddivide il concetto estetico in tre categorie:

1. Bellezza ideale che consiste nel rappresentare la natura attraverso un elaborato montaggio delle parti;
2. Bellezza spirituale nella quale l’anima viene espressa attraverso lo sguardo del soggetto;
3. Bellezza utile o funzionale.
I concetti più importanti di Bellezza derivano però dalle teorie di Platone, secondo cui andrebbe catalogata in Bellezza come armonia e proporzione delle parte e Bellezza come splendore.

Moda e Costume

I canoni classici di Bellezza influenzarono inevitabilmente la moda del tempo, la quale racchiudeva le principali caratteristiche iconiche ovvero: regolarità, proporzione e simmetria. Al fine di preservare la proporzione e l’armonia dell’immagine estetica non vi era eccentricità e opulenza nelle vesti greche, seppur era in voga l’uso di decori e ornamenti. Generalmente, salvo alcune poche eccezioni, gli abiti erano composti da un unico scampolo di tessuto avvolto sul corpo e quindi totalmente subordinato ad esso. Le stoffe cadevano in maniera naturale dalle spalle e dai fianchi, ripiegate e avvolte o puntate e raramente cucite. Gli abiti più pregiati che non consistevano in un unico rettangolo di tessuto venivano direttamente fabbricati sul telaio.
Agli albori della civiltà greca la tessitura era una mansione affidata alle mogli o, per chi ne disponeva, alla servitù domestica. Intorno al I secolo a.C., con la crescente urbanizzazione e il commercio sempre più fiorente, la tessitura fu affidata alle attività commerciali e le vesti prodotte in ambiente domestico divennero etichette per le classi inferiori. Il processo di filatura non richiedeva una difficile formazione, le fibre venivano inizialmente pettinate e successivamente arrotolate intorno alla gamba. Per facilitare la torsione si adoperava l’epinetron, una sorta di tegola sagomata e concava che combaciava e si adattava alla forma del ginocchio.
Il materiale più utilizzato era senza dubbio la lana, il cotone invece veniva importato dall’oriente e considerato quindi troppo costoso. Il lino era utilizzato soprattutto per confezionare le divise militari, le quali richiedevano maggiore leggerezza per esigenze funzionali. Il bisso era la fibra più costosa e veniva estratta dalle secrezioni di alcuni molluschi, la si potrebbe paragonare alla seta e veniva impiegata per le vesti più nobili. L’utilizzo del cuoio riguardava invece gli accessori, quali guanti, cinture, copricapi, calzari e oggetti mondani. Le pezze venivano raramente sottoposte ad un processo di tintura, ma quando accadeva prediligevano tinture di prodotti naturali, poiché più economici. Oltre al bianco grezzo proprio del tessuto, vi erano dunque colorazioni giallastre e turchesi. Per ottenere il rosso impiegavano la porpora e ne conseguivano dei costi alti di produzione, il colore era dunque associato alle classi sociali più abbienti. Con lo scorrere del tempo vennero introdotte anche decorazioni e ricami dai motivi ispirati alla natura e alle forme geometriche.

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Hermes di Prassitele

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Auriga di Delfi 475 a.C.

L’evoluzione della civiltà greca viene scandita da diversi periodi, caratterizzati dalla politica, dall’arte e dal costume. In epoca ionica la bellezza del corpo maschile veniva esaltata fino all’eccesso e non vi era quindi timore di mostrare la propria nudità. Era soprattutto nella scultura che la nudità trovava maggiore espressione, ne è un esempio la statua di Hermes con Dioniso di Prassitele, collocata nel IV secolo a.C. Nel corso del tempo venne introdotto l’uso di mantelli che coprivano la parte superiore del corpo e lasciavano totalmente nude le gambe. Al contrario, il corpo femminile era avvolto da un caratteristico drappeggio delle vesti. Il modello più antico prevedeva l’utilizzo di un unico scampolo, ma successivamente divenne solito trovare una foggia composta da due pezzi, la quale parte superiore prendeva il nome di ependumata, fissata sulle spalle da lunghi fermagli di metallo. Un’altra tipologia di tunica era il chitone, il quale subì variazioni a seconda del luogo e del periodo storico, ma generalmente era l’abito iconico maschile. L’egkuklion era invece un mantello a doppie punte, formato da una striscia di tessuto di circa 3 metri di lunghezza e di larghezza 30 cm. Alle estremità erano fissati due quadrati, i quali ricreavano le caratteristiche punte sul davanti e sul dietro quando il tessuto veniva avvolto in torno al corpo. Più in generale, durante tutto il periodo della civiltà greca la moda ruotava su modelli unici che però subivano variazioni dettate dalla classe sociale e dal sesso.

Abbigliamento maschile
Come detto in precedenza, in età classica (dal 500 al 320 a.C. circa) gli uomini erano soliti indossa il chitone, un indumento di origine orientale aperto su un fianco oppure chiuso con l’ausilio di una cintura. Di seguito verranno elencate le numerose variazioni applicate sul chitone:
Podères: uno scampolo sufficientemente lungo da coprire le gambe, veniva indossato da anziani e nobili e nelle rappresentazioni divine ne caratterizzava l’abbigliamento. In occasioni considerate particolari, il podères veniva indossato anche dai cittadini più giovani.
Amphìmaschalos: era il chitone che indicava lo status sociale libero di un uomo e veniva allacciato su entrambe le spalle.
Eteromàschalos: era semplicemente il chitone allacciato solo sulla spalla sinistra.
Exomìs: era il chitone allacciato sulla spalla destra e distingueva gli artigiani e gli schiavi dal resto della popolazione.

Abbigliamento femminile
La variate femminile del chitone prendeva il nome di peplo, un grande telo quadrangolare che veniva piegato prima in senso verticale e poi nuovamente nella parte superiore, in modo da formare un riporto sul davanti, il diploide, fissato sulle spalle con delle fibule. Come con il chitone, anche il peplo presenta diverse tipologie, le quali erano dettate dalla modalità in cui il tessuto veniva avvolto intorno al corpo:
– Peplo Dorico: il tessuto veniva cucito sul lato che rimaneva aperto e le estremità superiori venivano allacciate sulle spalle;
– Peplo Attico: il tessuto era totalmente privo di cuciture ed era sorretto e tenuto in posizione grazie all’aiuto di una cintura;
-Peplo Ionico: il tessuto veniva lasciato aperto sul lato e destro e fermato solo sulle spalle.
Successivamente, anche le donne iniziarono ad indossare spesso il chitone ionico maschile, il quale presentava diversi modelli: senza cintura, lungo fino ai piedi, plissettato, con orlo pari o con strascico.

Entrambe le vesti, chitone e peplo, erano composte da un unico e ampio rettangolo di tessuto. Il semplice chitone dorico era spesso di lana, mentre la versione ionica faceva uso di materiali più leggeri, cotone o addirittura seta. Le caratteristiche pieghe della veste accentuavano la morbidezza del tessuto. Per ottenere l’effetto plissettato utilizzavano una tecnica particolare: immergevano la stoffa in acqua, successivamente la stringevano lungo il senso dell’ordito attraverso una torsione che arrotolava su se stesso il tessuto, dopodiché veniva annodato e messo al sole ad asciugare. Le vesti delle donne erano generalmente più ampie e cadenti, legate da una cintura ai fianchi, in vita o appena sotto il seno. L’abbondanza del tessuto sormontava la cinta per nasconderla e dare alla feste una maggiore naturalezza. Le vesti più sofisticate erano riccamente ricamate e includevano delle maniche tenute ben aderenti intorno al polso da una striscia di tessuto oppure fissate da spille o bottoni, lasciando in vista gran parte del braccio.
Entrambi i sessi potevano indossare un indumento al di sopra della tunica di base, l’himation, il quale aveva lo scopo di sottolineare il ceto di una persona e proteggersi eventualmente dalle temperature più rigide. Così come le tuniche, anche l’himation consisteva in uno scampolo di tessuto avvolto intorno al corpo e fissato sulla spalla da fibbie e fermagli. Generalmente, per restare in posizione, era necessario l’intervento di un braccio ed era quindi un indumento associato a coloro che non necessitavano di svolgere lavori manuali.

Abbigliamento militare
Le sopravvesti in uso dai militari erano la Klaena o Clamide, un mantello quadrangolare o ovale, fissato su una sola spalla da spilloni o fibule. Quest’ultima veniva donata ai giovani nel momento del loro importante ingresso nella vita pubblica, così da poterla indossare durante il periodo di formazione militare. Nel momento in cui un cittadino greco era nelle possibilità di procurarsi un’armatura completa diventava un oplita. L’armatura era costituita da una corazza in cuoio, sorretta da due ampie bretelle e terminava all’altezza della vita con una doppia fila di pendagli. La corazza poteva presentare dei rilievi e si chiudeva con baschine regolabili. Al fine di proteggere il capo, gli opliti indossavano un elmo sormontato da un alto cimiero a spazzola, generalmente in crine. Vi erano due modelli:
– corinzio quando era in bronzo e copriva nella sua totalità la testa e il volto, lasciando solo delle fessure all’altezza degli occhi e della bocca;
– argivo, anch’esso in bronzo con la differenza che copriva solo parzialmente il capo, lasciando scoperto il volto.
Per proteggere le gambe veniva utilizzati dei gambali di cuoio nominati schinieri, avvolgevano la gamba anteriormente e coprivano la caviglia. Infine oltre l’arma, veniva sorretto anche un grande scudo. Al di sotto dell’armatura indossavano un chitone corto.

Abbigliamento del popolo meno abbiente e degli atleti
Come già detto in precedenza, alla popolazione meno abbiente era riservato l’exomis. A questa tipologia di chitone veniva spesso accostata la katonake, una veste di lana pesante caratterizzata da orlature di pelle di pecora. Per un breve periodo questa veste veniva imposta ai contadini per distinguere la loro professione. I pastori, invece, indossavano abiti grezzi e pensanti, facevano un largo uso del cuoio e indossavano mantelli con cappuccio.
Un particolare dress code era riservato agli atleti. Generalmente non indossavano nessuna veste poiché dovevano mostrare la bellezza della muscolatura, a volte però indossavano il tribonion, un mantello utilizzato anche dai filosofi. In occasione della premiazione, gli aurighi indossavano lo xistis, un chitone lungo fino alle caviglie e stretto in vita da una cintura. Sulle spalle e lungo le braccia vi erano delle cuciture che ricreavano delle arricciature.

Calzature, ornamenti e accessori
Per quanto riguarda la calzature, il modello più diffuso era il pedilon, un sandalo costituito da un plantare di cuoio che veniva fissato al piede attraverso numero fasce. I sandalia sono una sorta di evoluzione del modello primitivo di sandalo ed erano più resistenti. L’artigianato calzolaio si evolve in breve tempo e portò alla realizzazione di nuovi modelli, fra cui scarpe aperte tipicamente maschili, scarpe con allacciature di nastri di cuoio intrecciati sino al ginocchio, quest’ultime utilizzate soprattutto dai militari. L’embàdeç era di provenienza babilonese e fu uno dei primi modelli di scarpa chiusa,era prodotto in diverse varianti di forma e colore, destinato sia ad uso maschile che femminile. La scarpa tipica femminile, indossata in occasioni formali come matrimoni e cerimonie era il diàbaqron. Le etere indossavano le baucides, delle scarpe molto costose, la cui caratteristica era quella di aumentare notevolmente la loro altezza. Stessa caratteristica era propria dei coturni, altissimi stivaletti indossati dagli attori tragici. I centri più importanti di produzione erano siti in Sicilia, nel Mar Nero e in Asia minore. I calzolai non si occupavano solo nella produzione del prodotto finito, ma anche della conciatura e lavorazione delle pelli. La tintura avveniva con le stesse tecniche utilizzate nelle vesti, quindi attraverso l’applicazione di cortecce vegetali e pigmenti di origine minerale o metallica.
Ai copricapi non era riservata una funzione ornativa, bensì erano pratici e funzionali. Venivano infatti utilizzati per proteggere il capo dai raggi del sole o dal freddo. I copricapi destinati ai ceti più poveri erano composti dal feltro, mentre per i più ricchi era riservato l’uso delle pelli. La kausìa era un lungo cappello di origine macedone e composto da feltro piatto, mentre il berretto frigio era un copricapo conico con la punta ripiegata in avanti. Il polos era un copricapo di forma cilindrica o quadrangolare ed era in genere utilizzato nelle rappresentazioni delle divinità oppure indossato durante le cerimonie. Infine, il petaso era un cappello utilizzato dai viaggiatori e presentava falde molto larghe.
In ambito ornamentale, l’oreficeria era molto raffinata e presentava collane di fili d’oro, orecchini, bracciali, diademi e fibule. I capelli lunghi erano disposti ordinatamente sulla schiena oppure venivano raccolti da elaborate acconciature e decorati con strisce di stoffa o pelle, pettini d’avorio e spilloni d’oro. L’uomo ornava il proprio volto con baffi e barba.
Uno sguardo veloce va dedicato anche all’abbigliamento intimo, i greci non facevano uso della biancheria e questo riduceva drasticamente l’igiene personale. L’unica certezza giunta fino ai giorni nostri è l’utilizzo del reggiseno, il quale consisteva in una fascia chiamata tainia o mitra, a seconda della diversità di forma e grandezza.

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